Una luna di miele in Sud America – il Perù

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GIORNO 6

Prima tappa in Perù: Paracas.

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Perù – rielaborazione da GoogleMap

Situata sull’Oceano Pacifico, il suo nome significa “Tormenta di sabbia”; infatti questa zona occupa un’area molto ventosa, tanto che, come ci ha raccontato la nostra guida, durante la stagione estiva – da febbraio a marzo circa – nonostante le temperature raggiungano e superino i 30 gradi centigradi, l’umidità è molto bassa e il caldo percepito non è eccessivo. Il tour è iniziato con l’esplorazione, nell’entroterra, della Riserva naturale di Paracas, una lunga distesa priva di alcun tipo di vegetazione, completamente desertica, ma ricca di fossili.

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Fossili di conchiglie nella Riserva di Paracas

I colori caratteristici di questa vasta area vanno dal rosso dell’ossido di ferro, al giallo dei sedimenti marini al bianco del sale. Abbiamo attraversato in auto quasi per intero la Riserva accompagnati dalla nostra guida/autista, sempre pronta a rispondere alle nostre domande e a suggerisci – cosa importantissima – il ristorante migliore dove poter gustare il fantastico cibo peruviano.

Sulla cucina peruviana bisognerebbe scrivere un articolo a sé; sono troppe le cose da dire, basti pensare che dal 2012 il Perù è stato dichiarato Migliore Destinazione Culinaria del Mondo dal World Travel Awards, gli Oscar del Turismo. Noi, in previsione di questo viaggio, lo scorso anno siamo andati, a Torino, ad assaggiare la cucina peruviana in un ristorante che, abbiamo scoperto, è molto conosciuto e rinomato persino in Perù. Si tratta di “Vale un Perù” e il loro ceviche è veramente ottimo! Il ceviche è il piatto tipico delle zone di mare: pesce marinato nel lime con spezie – tra cui coriandolo e peperoncino piccante – servito con cipolla cruda e mais bianco, una delizia! Arrivati in Perù ovviamente non potevamo non assaggiare l’originale e Fabio, ovunque ci trovassimo, ordinava questo piatto, cercando di identificare le sottili differenze tra città e città.

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Ceviche peruviano

Tra gli altri piatti tipici che abbiamo gustato merita sicuramente una citazione speciale il porcellino d’india cotto al forno, servito intero e “simpaticamente” adornato di verdure; questo è il loro piatto delle feste, è il più costoso e si consuma soprattutto nella zona interna del paese. Il cuy – nome spagnolo della cavia – ha pochissima carne ma è molto gustoso e ricorda il sapore del coniglio.

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Porcellini d’india

La gastronomia peruviana è molto varia; oltre a queste specialità di pesce e di carne ci sono tantissime verdure, radici ed erbe usate in diversissimi modi per preparare una grande varietà di piatti. Innanzitutto abbiamo appreso che esistono al mondo diverse tipologie di patate – 5 mila specie – di queste ben 3 mila sono coltivate in Perù dove vengono cotte e consumate in tutti i modi. Altra tipicità peruviana, molto in voga negli ultimi anni in Europa, è la quinoa, preparata soprattutto in zuppa. Per non parlare dei peperoni, ampiamente consumati e protagonisti di molte ricette: tra queste cito la mia preferita, “il rocoto relleno”, una specie particolare di peperone ripiena di carne e piselli, parzialmente impastellato e fritto.

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Banchetto al Mercato di Arequipa con diverse tipologie di quinoa
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Rocoto Relleno con patate

In Perù, rispetto al Cile dove viene preferita la carne di lama, viene consumata invece la carne di alpaca, squisita e da provare sicuramente! Altro piatto tipico peruviano molto conosciuto è il “lomo saltado”, carne di manzo speziata, un piatto della tradizione con influenze orientali. Passeggiare nei mercati è una delizia per gli occhi, prima ancora che per il palato: file e file di banchetti ricoperti di qualsiasi cosa, dall’artigianato al cibo, crudo e cotto. La nostra area preferita era senz’altro quella dedicata alla frutta: colori brillanti bellissimi che non potevamo non fotografare, laddove ci veniva permesso. La frutta esotica viene consumata soprattutto in frullati e succhi preparati al momento proprio nei mercati o per strada a prezzi stracciatissimi, almeno per noi europei. Tra la frutta tipica ovviamente la palta, ovvero l’avocado, servita soprattutto a fette da condire semplicemente con un pizzico di sale. In merito alle bevande, il Perù non è famoso per il vino, per cui abbiamo evitato di ordinarlo nei ristoranti, preferendo la famosa birra “Cusqueña e la chicha morada, un succo di mais nero – maiz morado ottenuto facendo bollire il mais nell’acqua insieme a frutta e spezie e poi servito fresco. Il mais è un altro prodotto molto diffuso, ne esistitono diverse specie di tanti colori di cui non conoscevamo assolutamente l’esistenza. Con quello scuro preparano appunto la chicha morada, con quello giallo invece una sorta di birra di mais chiamata chicha amarilla.

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Un bicchiere della gustosa Chicha Morada

La famosa bevanda gassata peruviana è la Inka cola, che della nota marca americana non ha nulla se non il nome: il suo sapore – molto sgradevole dal mio punto di vista – ricorda quello della famosa chewing gum Big Babol ed è caratterizzata da un colore giallo fluorescente. Infine il famoso Pisco sour peruviano, la cui ricetta è molto particolare: succo di lime, zucchero liquido, bianco d’uovo, cubetti di ghiaccio, cannella e gocce di amaro speziato.

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Pisco sour peruviano

Dopo questa lunga, ma doverosa, parentesi culinaria, continua il racconto del nostro viaggio per il Perù.

La giornata nella Riserva di Paracas si è conclusa con la scoperta della meravigliosa Playa Roja, una suggestiva spiaggia il cui caratteristico colore rosso crea un bellissimo contrasto con il dorato delle vicine dune.

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La Playa Roja
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Le dune di Paracas

GIORNO 7

Il secondo giorno a Paracas è stato dedicato alla visita delle Isole Ballestas: un tour di gruppo su motoscafo, iniziato con la vista dello spettacolare “Candelabro” (un geoglifico che rappresenta un grosso tridente, forse legato alle famose Linee di Nasca) e proseguito alla scoperta di uccelli, pinguini, cormorani, leoni marini… una visita davvero spettacolare! In questa riserva viene prodotto e raccolto una quantità considerevole di guano, preziosissimo fertilizzante esportato negli Stati Uniti e in Europa. Per ovvi motivi, dunque, prima della partenza ci è stato consigliato dalla guida l’acquisto di un cappellino per proteggerci durante la visita. Consiglio che abbiamo accolto volentieri.

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El Candelabro – Paracas
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Isole Ballestas – Paracas
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Leone marino sulle Isole Ballestas – Paracas

Lasciato l’Oceano e proseguendo verso sud, la tappa successiva è stata Ica, ad un’ora di viaggio da Paracas, dalla quale abbiamo raggiunto autonomamente Huacachina, a soli 5 km di distanza. Situata intorno ad un lago naturale posto in mezzo al deserto, Huacachina è una vera e propria oasi lungo le cui sponde sorgono per lo più ristoranti.

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Oasi naturale di Huacachina
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Oasi naturale di Huacachina

L’attrattiva principale di questo villaggio è il sandboarding (lo “snowboarding” ma praticato sulle dune di sabbia): un autista alla guida di un buggy ci ha fatto letteralmente volare tra le dune, per raggiungere le “vette” dalle quali lanciarci con la tavoletta da snowboard o gli sci. E’ stata un’esperienza straordinaria, adrenalina allo stato puro, da rifare assolutamente! Il tour tra le dune si è concluso ammirando un suggestivo tramonto nel deserto: una vista unica dai colori magnifici, con un pizzico di romanticismo che in luna di miele non guasta mai.

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In buggy per le dune di Huacachina

La serata si è conclusa col trasferimento in autobus a Nasca, lungo la Panamericana che si dirige verso il sud-est del Perù. Nasca è stata da me proclamata la città più rumorosa del paese: un continuo botta e risposta di clacson a tutte le ore del giorno e della notte. Sicuramente anche qui l’inquinamento luminoso è praticamente assente, ma viene sostituito da un inquinamento acustico notevole e snervante. Le prime ore per me sono state davvero difficili, Fabio invece ha preso il lato divertente della cosa per evitare di alterarsi troppo. Abbiamo poi scoperto che i clacson vengono così facilmente utilizzati, non solo a Nasca ma in tutto il Perù, perché le auto non si fermano né agli incroci né alle strisce pedonali per far passare i pedoni. È in pratica un modo per dire: “Ehi tu, aspetta perché devo passare io!”

GIORNO 8

Trascorsa allegramente la notte a Nasca, in compagnia dei clacson, il nostro ottavo giorno di viaggio è iniziato con la visita guidata presso gli scavi archeologici di Cahuachi, centro cerimoniale della civiltà Nasca, situati a 24 km a ovest della città. L’area si estende per 24 kmq e durante il progetto archeologico “Progetto Nasca” diretto da un archeologo italiano e conclusosi nel 2012, è stato scavato soltanto il 5% dell’intera area. Sono stati rinvenuti templi cerimoniali – che si collegavano alle piazze tramite passaggi e corridoi  – costruiti con diverse tipologie di mattoni: i più diffusi erano i mattoni paniformi e i mattoni arcaici di forma conica fatti di fango e sabbia che, posti orizzontalmente, avevano funzione antisismica oltre che decorativa. In questo modo le costruzioni potevano essere realizzate senza fondamenta. Uniti ai mattoni, per la realizzazione di queste architetture, venivano usati resti di cibo e di ossa. I lavori di scavo hanno permesso il ritrovamento anche di materiali diversi, come il legno huarango, molto duro e resistente all’acqua, usato per la realizzazione di edifici e acquedotti.

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Area archeologica di Cahuachi – Nasca

Finita la nostra visita agli scavi abbiamo avuto la fortuna di conoscere personalmente l’archeologo responsabile dei lavori, Giuseppe Orefici, un signore dai capelli bianchi, con tanto di cappello e di giacca color sabbia. Ecco Indiana Jones, ho subito pensato! E’ stato emozionante potersi confrontare con l’artefice di quel fantastico progetto e ancor di più ci siamo sentiti profondamente orgogliosi di conoscere un professionista italiano così apprezzato all’estero!

Prima di tornare a Nasca, la nostra guida ci ha proposto di raggiungere una torre di osservazione, alta 12 m e situata sulla Panamericana, per poter avere uno scorcio di almeno tre delle famose Linee di Nasca.

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Panamericana – Nasca

Il tour operator, durante la fase di definizione del nostro viaggio, ci aveva caldamente consigliato di evitare le escursioni di sorvolo. Il motivo principale sta nel fatto che queste vengono realizzate sorvolando tutta l’area dove sono riprodotti i disegni all’interno di un aereo leggero; questi piccoli aeroplani effettuano in cielo delle vere e proprie acrobazie che generano non pochi disturbi. Inoltre, il vento persistente spesso pregiudica lo svolgimento delle operazioni di volo per cui non si può sapere con sicurezza se e quando il sorvolo può essere effettuato. Essendo vincolati da un programma ben definito, abbiamo preferito accogliere il suggerimento del tour operator ed osservare una piccola parte di queste meraviglie dal famoso “Mirador”.

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Le Linee di Nasca – L’albero

Le Linee di Nasca, risalenti presumibilmente tra il 300 a.C e il 600 d.C., sono dei geoglifici, realizzati con la tecnica del bassorilievo, tracciati nel deserto tra la città di Nasca e quella di Palpa. Rimangono indelebili grazie all’assenza di pioggia e all’escursione termica notturna. Sono state dichiarate Patrimonio dell’Unesco nel 1994 e riproducono, in dimensioni davvero considerevoli, piante, animali e figure antropomorfe: dalla torre è possibile ammirare le mani, l’albero e la lucertola; sorvolando si possono osservare tutte le altre come il ragno, il pellicano, il condor, la scimmia, il cane… oltre a tutte le linee che si intersecano formando un intreccio, apparentemente casuale, di figure geometriche. Tuttora è ancora impossibile rispondere alla domanda su quale fosse la loro funzione. Secondo alcuni le linee rappresenterebbero dei camminamenti sacri, all’interno delle quali, durante i loro cerimoniali, le popolazioni eseguivano danze; secondo altri esse sono collegate al calendario astronomico; altri ancora addirittura azzardano collegamenti con gli alieni, infine c’è chi pensa rappresentino una mappa geologica. Tra questa ipotesi la più accreditata attualmente risulterebbe quella dei camminamenti sacri.

Tutti i resti recuperati durante gli scavi a Cahuachi, oltre a quelli ritrovati in altri importanti siti posti nelle vicinanze, sono conservati nel Museo Antonini, ultima tappa nel nostro tour a Nasca.

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Museo Antonini – Nasca

In base a un accordo con il Governo Peruviano, Il museo è amministrato dal Centro Italiano Studi e Ricerche Archeologiche Precolombiane (CISRAP) e il suo direttore è lo stesso archeologo Giuseppe Orefici. Nella parte esterna del museo è stato realizzato un bellissimo giardino, una vera e propria oasi, dove sono state riprodotte alcune micropitture rupestri e dove e si possono ammirare le ricostruzioni di tombe in scala reale. L’elemento di maggior rilievo conservato all’interno del giardino è l’acquedotto precolombiano di Bisambra.

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Acquedotto precolombiano di Bisambra nel Museo Antonini – Nasca

GIORNO 9

Terminata la nostra interessantissima visita a Nasca e dintorni, il viaggio alla scoperta del Perù è continuato a bordo del bus Cruz del Sur con il quale abbiamo raggiunto in nottata, dopo ben dieci ore di viaggio, la città di Arequipa, la ciudad blanca. Dai libri si apprende che l’appellativo “bianca” è dovuto al colore delle pietre vulcaniche con le quali sono stati costruiti i molti edifici coloniali; secondo la nostra guida, invece, il bianco si riferirebbe al massiccio numero di spagnoli che erano presenti nella città, di carnagione chiara rispetto agli indigeni. Arequipa è una cittadina davvero graziosa e piacevole; sorge ai piedi del vulcano Misti (di quasi 6000 m) e sulle rive del fiume Chili.

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Plaza de Armas – Arequipa

Il nono giorno di tour è stato caratterizzato dalla visita della città in compagnia della guida: abbiamo attraversato l’intero centro storico, dichiarato Patrimonio dell’Umanità nel 2000, visitando la bellissima Plaza de Armas circondata da portici del XVIII secolo, il Mercato coperto, la Chiesa dei gesuiti, il Monastero di Santa Catalina e il Museo Santuarios Andinos. All’interno del museo è possibile ammirare la famosa Mummia Juanita, che in realtà mummia non è. Si tratta del corpo di una bambina inca, ritrovata nel 1995 completamente congelata sul monte Ampato (6310 m sldm). Grazie al ghiaccio il corpo si è mantenuto completamente intatto per 500 anni e da aprile a dicembre viene esposto in una vetrina refrigerata. Juanita era una dei tanti bambini portati sulla cima dell’alto monte per essere sacrificata alle divinità; dalle analisi del corpo, degli indumenti e di tutti gli oggetti ritrovati insieme a Juanita, gli studiosi hanno ricostruito il lungo e sofferente cammino che l’ha portata alla morte. La visita all’interno del museo è davvero interessante in quanto offre al visitatore una chiara panoramica, attraverso lo studio degli strumenti e di tutti gli oggetti usati, di quelle che erano le abitudini, le credenze ed i rituali degli Inca. Sicuramente è una tappa importante del viaggio, da non lasciarsi sfuggire!

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Mercato di Arequipa

Bellissimo, inoltre, il Monastero di Santa Catalina, una città nella città, fondato nel 1580 da Marìa Guzman e aperto al pubblico dal 1970. A volte il monastero arrivava ad ospitare quasi 200 suore domenicane, oltre la servitù; attualmente vi vive soltanto una trentina di religiose. Con la sua architettura, gli arredi e i dipinti offre al visitatore una chiara idea dello stile di vita delle religiose e addentrarsi tra le stradine, i chiostri e gli edifici coloratissimi è come attraversare un suggestivo labirinto!

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Monastero di Santa Catalina – Arequipa
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Monastero di Santa Catalina – Arequipa

Tappa importante della giornata è stato il pranzo presso il ristorante “Chicha”, tipico arequipeño, suggeritoci dalla guida. Il nostro pranzo è consistito in una gustosa zuppa di formaggio, patate, cipolle e pomodoro per me ed una zuppa di carne, riso, patate e verdure (piselli e carote) per Fabio; a concludere il queso helado, una gelato tipico arequipeño fatto con una spuma di formaggio aromatizzata al cocco e alla cannella servito con una cialda di latte condensato, una delizia per il palato! I prezzi in Perù sono veramente alla portata di tutti, soprattutto per il cibo: porzioni abbondantissime, qualità alta ovunque e costi davvero bassi. Non fate il nostro errore al ristorante o ovunque vi troviate a mangiare: ordinate una sola portata, basterà senz’altro, anche perché, nel momento in cui prendete posto, vi viene portato un cestino con del pane freschissimo oppure del mais bianco cotto e un piattino con un misto di pomodori, cipolla e peperoncino piccante tagliato a cubetti piccoli, come il condimento della nostra bruschetta. Questo assaggio offerto fa da antipasto vero e proprio, ve lo garantisco!

Un altro motivo per cui Arequipa ci è rimasta nel cuore è stato l’albergo nel quale abbiamo alloggiato, di certo il più caratteristico insieme all’hotel di San Pedro de Atacama in Cile. “La casa del Melgar” è un esempio di architettura arequipeña del XVIII secolo, un’ex casa coloniale fatta di volte, cortili, un frutteto e i giardini e le cui abitazioni oggi sono diventate le camere per gli ospiti. Uno stile in cui l’architettura indigena si fonde con quella spagnola; vivere tra quelle mura è davvero suggestivo e ti fa viaggiare nel tempo, portandoti in un’epoca lontana.

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La nostra camera nell’albergo “La Casa del Melgar” – Arequipa
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Uno dei cortili de “La Casa del Melgar” – Arequipa

Il nostro tour ad Arequipa non poteva non concludersi con dello shopping. Durante la visita della città, la guida ci ha riservato una vera e propria lezione, al fine di riconoscere alla vista e al tatto i capi d’abbigliamento realizzati con lana di alpaca, di baby alpaca e di vicuña e poterli distinguere da quelli fatti di materiale sintetico. Spesso infatti, essendo posti molto turistici, i rivenditori propinano maglioni, sciarpe e cappelli realizzati in acrilico ma al prezzo di pregiati capi di fibra naturale. Qualche dritta e pochi suggerimenti, quindi, evitano di fare acquisti sbagliati. Freschi freschi, di lezione ci siamo fiondati ad acquistare ben due maglioni per Fabio e due tipologie diverse di poncho di baby alpaca per me. La lana migliore in assoluto è quella di vicuña, ma i prezzi sono davvero eccessivi anche per gli europei; noi abbiamo optato per il baby alpaca che è sicuramente più pregiato dell’alpaca adulto. Anche i colori dei capi scelti sono naturali, generalmente comprendono tonalità che vanno dal beige al grigio, ma vengono prodotti anche altri colori ottenuti dai coloranti. Non potevamo di certo andar via da lì senza portarci a casa un capo ricordo del nostro viaggio, approfittando soprattutto dei prezzi molto convenienti.

GIORNO 10

Il nostro acquisto si è rivelato subito molto utile. Il giorno successivo, dopo 5 ore di viaggio in bus, siamo giunti a Puno (3850 m sldm) e nella città andina gli effetti del freddo e dell’altitudine non hanno tardato a farsi sentire. Da programma non era previsto nulla se non riposo ed acclimatamento, ed io, nonostante abbia provato ad attivarmi per concederci una passeggiata nella città, mi sono dovuta arrendere! Non sono bastate due tazze di mate de coca e una pastiglia per il mal di testa, la passeggiata doveva attendere mentre il letto era pronto ad accogliermi: mi sono fiondata immediatamente sotto le coperte con tanto di felpa di pile e stufa, posizionata al mio fianco, accesa al massimo. Anche Fabio non è stato granché, ma il suo “mal di montagna” si è limitato a capogiri, fiato corto e un po’ di spossatezza, io invece credo di aver avvertito tutti i sintomi: battito accelerato, mal di testa, fiato corto, stanchezza, capogiri, nausea, freddo e chi più ne ha più ne metta. Completamente a digiuno da colazione, mi sono addormentata dalle 19 fino alle 5.30 del mattino seguente, con un piccolo intervallo in serata per mangiare qualche cracker. Ma il giorno successivo stavo decisamente meglio ed ero in grado di affrontare la lunga escursione sul Lago Titicaca.

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Lago Titicaca

To be continued…

Questo articolo è stato scritto da Marilina

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