Una luna di miele in Sud America – il Perù: dal Lago Titicaca a Cusco

GIORNO 11

Questa giornata è stata dedicata completamente al tour sul lago Titicaca, il lago navigabile più alto al mondo e il più grande del Sud America, situato tra il Perù e la Bolivia.

Prima tappa: Isole Taquile.

Su di un’imbarcazione condivisa con altri turisti e insieme ad una guida, abbiamo esplorato parte del lago raggiungendo le Isole Taquile. Questi territori erano abitati da una popolazione inca, originariamente di lingua aymara; attualmente invece viene parlato il quechua, lingua ancora ampiamente diffusa in tutto il Perù. Sull’isola vivono circa 2000 persone divise in 6 comunità e persistono ancora le antiche tradizioni originarie. Dal punto di vista amministrativo, ogni anno viene eletto un rappresentante dell’isola; noi abbiamo conosciuto l’attuale leader, Jose, che ci ha accompagnati insieme alla guida durante la visita. E’ possibile capire i diversi ruoli e lo status sociale degli uomini della popolazione di Taquile dal colore dei cappelli che indossano: il cappello rosso, di origine catalana, è per gli uomini sposati; i leader ne indossano uno bianco; i vedovi uno bianco e rosso. I cappelli possono essere indossati soltanto dagli uomini e dagli studenti (sull’isola il sole è molto forte per cui è diventato obbligatorio, insieme alla divisa, l’uso di un copricapo).

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Un abitante dell’Isola di Taquile – Lago Titicaca

Dal punto di vista sociale, sono una popolazione molto all’avanguardia: prima del matrimonio è prevista ed è obbligatoria una convivenza di 3 anni – il divorzio non è contemplato – al termine di questo periodo si decide se sposarsi o meno. Soltanto nel caso di gravidanza il matrimonio è l’unica strada ammessa. Il rituale prevede uno scambio di doni tra l’uomo e la donna: lo sposo dona una gonna alla sua sposa e riceve in cambio una borsa contenente esclusivamente foglie di coca. Vista l’altitudine considerevole, le popolazioni dell’isola fanno un largo uso di foglie di coca, acquistate soprattutto grazie alle mance dei turisti,  obbligatorie nei casi in cui vogliano scattare foto. Salendo per le stradine dell’isola siamo giunti in un’ampia piazza panoramica e una vista spettacolare ci ha lasciati senza parole! Continuando la nostra passeggiata per raggiungere la nostra imbarcazione, non abbiamo smesso di ammirare il cielo azzurro e le fantastiche acque del lago, così ampio da sembrare mare.

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Isola Taquile
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Vista del Lago Titicaca dall’isola di Taquile

Seconda tappa: pausa pranzo sulla penisola di Luquina Chico. Nel panoramico ristorante “La casa del pescador” abbiamo assaporato un delizioso menù tipicamente andino costituito da una tazza di mate de coca o de muña per iniziare, zuppa di quinoa, omelette di quinoa, patate dolci, patate essiccate servite con formaggio, patate viola e gialle, palta (avocado), trota salmonata (pescata nel lago), pollo, riso, verdure e per concludere uno squisito dolce – una sorta di pancake americano – fatto con caigua (una specie erbacea della stessa famiglia della quinoa), latte, farina e uova servito con del miele leggermente acidulo. Dopo pranzo ci siamo tutti fiondati all’esterno a godere al meglio del panorama, stesi su delle sdraio di legno strategicamente posizionate vista lago: e chi voleva più alzarsi da lì! Sole alto, acqua scintillante, fresca brezza, le condizioni ideali per una siesta post pranzo. Ma tempo mezz’ora ed eravamo già pronti a risalire sull’imbarcazione per proseguire il nostro viaggio alla scoperta del Titicaca.

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Momento di relax dopo pranzo – Luquina Chico

Ultima tappa: le isla flotantesisole galleggianti Los Uros. Situate a circa 5 km da Puno, sono un arcipelago formato da oltre 60 isole artificiali galleggianti abitate dai discendenti degli Aymara. Sono realizzate con canne totora – lì molto abbondanti e consumate anche come cibo (devo ammettere di averne assaggiato un pezzetto, hanno il sapore del cetriolo ma con una consistenza più spugnosa) e ancorate al fondo del lago con circa 10 ancore per isola, per cui le popolazioni possono decidere di spostarle molto facilmente. Generalmente il tempo necessario per la realizzazione di una nuova isola è di circa un anno. La sensazione che si prova salendo su di esse è davvero strana, il fluttuare sull’acqua si percepisce molto e sembra di stare su una barca. Una volta giunti su una delle isole, abitata da 4 famiglie per un totale di circa 15 persone, abbiamo assistito ad una rappresentazione/spiegazione molto folkloristica, studiata ad hoc per accogliere i turisti, dei loro usi e costumi, conclusasi con la visita all’interno di una delle abitazioni. Le isole sono autosufficienti, con scuole elementari e negozi; per il resto gli abitanti devono spostarsi e raggiungere la terraferma. Attualmente queste popolazioni vivono quasi esclusivamente di turismo, infatti ci siamo molto stupiti quando, volendo acquistare un copri cuscino realizzato da una delle donne della piccola comunità, non avendo più soles peruviani a disposizione hanno accettato tranquillamente denaro in euro.

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Los Uros
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Imbarcazione tipica degli Uros

Tornati a Puno, ci siamo concessi una passeggiata per la cittadina e dopo cena eravamo subito pronti a sistemare, nuovamente, zaini e valigie per il lungo viaggio del giorno successivo.

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Passeggiando per Puno

“Non vi siete stancati di fare e disfare bagagli, di salire e scendere da bus e aerei?” vi starete chiedendo? Beh, un po’ sì, ma questo è il viaggio che abbiamo scelto e siamo partiti molto consapevoli di quello che sarebbe stato, anche del fatto che per raggiungere la città di Cusco da Puno avremmo dovuto viaggiare per 10 ore in bus.

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Una via centrale della città di Puno

GIORNO 12

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Banchetti di un mercato lungo la strada verso Cusco

Rispetto ai trasferimenti precedenti, questa volta la lunga traversata del paese è stata caratterizzata da interessanti soste per visitare alcuni siti importanti. Guidati da Ugo, la simpaticissima guida cusqueña della Inka Express, ci siamo fermati a Pukarà per visitare il museo archeologico che racconta la storia della civiltà Pukarà, popolazione pre-inca che attraversò l’Amazzonia per raggiungere questi territori tra il 400 a.C. e il 400 d.C. All’interno del museo è conservata una scultura che rappresenta un pesce gatto: si tratta di un reperto molto importante in quanto rende evidente come le credenze e i simboli inca si siano incontrati con quelli della civiltà precedente. Un esempio è la croce andinacruz del sur detta Chakana in quechua – facilmente rintracciabile sulla scultura e che raffigura la costellazione della Croce del Sud. Simboleggia i tre livelli del mondo, rappresentati anche dai tre animali sacri: il puma, che simboleggia la forza e il potere, è il mondo terreno; il condor, che è ponte tra l’uomo e dio, è il mondo celeste; il serpente, che rappresenta la conoscenza, è l’aldilà. Tipici della civiltà Pukarà sono i due tori posti sui tetti delle abitazioni come porta fortuna, simbolo di protezione della famiglia, della fertilità e del lavoro. A Cusco è evidente l’incontro dell’antico simbolo propiziatorio quechua dei tori con la croce cattolica, portata dagli spagnoli, posta tra i due animali.

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Tori con croce cristiana posti sul tetto di un’abitazione nei pressi di Cusco

Lasciata Pukarà abbiamo fatto tappa a La Raya a 4335 m sldm; dalla lingua spagnola, raya significa “linea” e in questo caso identifica la linea immaginaria che segna la fine della regione di Puno e l’inizio di quella di Cusco. Completamente circondati dalla Cordigliera delle Ande, ci siamo concessi qualche foto osservando il suggestivo panorama e siamo subito risaliti sull’autobus non riuscendo a sopportare troppo a lungo l’elevata altitudine.

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La Cordigliera delle Ande vista da La Raya

Proseguendo il nostro cammino, la strada era fortunatamente ormai in discesa. Dopo la sosta per il pranzo, il tour prevedeva la sosta a Raqchi, un sito archeologico posto a 3480 m sldm, anche conosciuto come Tempio di Wiracocha, l’edificio principale dell’area. Wiracocha è il dio supremo, il creatore di tutto. Del tempio presumibilmente è rimasto il muro centrale e le basi delle colonne laterali; su ogni muro veniva rappresentata la cruz del sur. Il tetto dell’edificio, secondo le tecniche costruttive del tempo, doveva essere in paglia. L’area archeologica conserva anche, al di fuori delle mura di protezione, le abitazioni e i silos per la conservazione del cibo.

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Resti dell’antico Tempio Wiracocha – Raqchi

Ultima tappa è stata Andahuaylillas, la cui principale attrazione è la Chiesa di San Pedro, detta la Cappella Sistina dell’America. Quando la guida ci ha informato di questo curioso confronto, tutti noi italiani abbiamo riso quasi “scandalizzati” dall’accostamento. Ma una volta entrati nella chiesa ci siamo dovuti ricredere: davanti ai nostri occhi si è presentato qualcosa di davvero spettacolare! Non essendo possibile fare fotografie o filmare all’interno dell’edificio, ci è stato donato un dvd con un documento che raccoglie informazioni ed immagini, un gesto che abbiamo tutti apprezzato molto. Le intere superfici parietali interne sono ricoperte di dipinti realizzati dai domenicani nel tentativo di occultare completamente i precedenti ad opera dei gesuiti, i quali realizzarono la chiesa intorno alla fine del XVI secolo. Si tratta di raffigurazioni di scene in paesaggi evidentemente europei ma con la flora tipica andina (in alcuni si nota la pianta di coca). Tutte le scene rappresentate sono un chiaro segnale dell’obiettivo di conversione che luoghi come le chiese avevano sulle popolazioni indigene. E’ stato curioso osservare come, attraverso richiami simbolici “nascosti”, i conquistadores spagnoli abbiano cercato di aggraziarsi le popolazioni indigene unendo ai propri simboli cristiani quelli della tradizione autoctona: un esempio tra tutti è il richiamo al culto della montagnaapu – nelle statue della Madonna. Sul loro capo viene sistemato un lungo mantello che conferisce alla statua la forma di triangolo, sagoma elementare della montagna. Altro elemento che è balzato subito agli occhi è lo specchio, notoriamente assente nelle chiese cristiane in quanto simbolo di vanità, ma inserito come richiamo al culto dell’acquamama cocha, la madre delle acque. Nel tentativo ulteriore di avvicinarsi a queste popolazioni,  all’interno della Chiesa di San Pedro tutto intorno ad una porta sono state inserite frasi scritte in spagnolo, in latino, in lingua aymara e in quella quechua. Davvero interessante, inoltre, l’altare in barocco andino sul cui soffitto si notano elementi arabi che rimandano chiaramente alle influenze tipiche del sud della Spagna. Unire simboli cristiani con la simbologia autoctona di quei popoli, rappresentare scene di vita di Gesù inserendo elementi chiaramente lontani dall’ambientazione originale (come il porcellino d’india sulla tavola dell’Ultima cena), utilizzare i tipici abiti sudamericani per la rappresentazione del Cristo in croce e della Madonna sono alcuni degli elementi che abbiamo rintracciato, grazie alle indicazioni sempre molto precise e dettagliate delle guide, in tutti i luoghi di culto peruviani che abbiamo visitato.

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Chiesa di Andahuaylillas

Lasciato questo spettacolare esempio di architettura e arte coloniale sudamericana, il nostro viaggio è continuato alla volta di Cusco.

GIORNO 13

Giunti nella città “ombelico” del regno inca – questo è il significato del suo nome, Qosqo, in lingua quechua – abbiamo trascorso l’intera giornata in compagnia dell’autista Carlos e della guida Luis alla scoperta del centro storico della città e dei dintorni.

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Vista della città di Cusco

Cusco è stata la capitale del regno inca, costituito da quattro grandi regioni, che si estendeva dal Perù, alla Bolivia, al Cile fino al nord dell’Argentina. Il periodo di massimo splendore del regno coincide con il XV secolo e fu proprio il re inca Pachakuteqe a ridefinire l’assetto della città conferendole la caratteristica forma di puma, animale a loro sacro. Era divisa in due parti (una parte alta ed una parte bassa) e al centro si trovava la piazza principale, l’attuale Plaza de Armas. Proclamata Patrimonio dell’Umanità nel 1983, è attualmente una meta turistica molto in voga e passeggiando per il suo centro storico non ci siamo meravigliati del perché. Nonostante il forte traffico, è davvero piacevole svincolarsi tra le sue vie ed ammirare la sue fantastiche architetture. Dopo l’arrivo di Francisco Pizarro nel 1533, infatti, Cusco subì dei forti cambiamenti e attualmente è considerata un interessante esempio di città in cui si trovano a convivere architettura pre-ispanica e architettura coloniale. La piazza principale, all’epoca inca, era costituita da edifici poi completamente distrutti dagli spagnoli e rimpiazzati da architetture che rappresentano l’unione delle due culture, quella andina e quella europea. Durante il pomeriggio abbiamo continuato ad esplorare Cusco autonomamente, mentre in mattinata ci siamo recati presso i diversi siti archeologici che si trovano immediatamente fuori città.

Conserviamo un ricordo particolarmente simpatico del nostro autista che ci ha portati in lungo ed in largo per le vie fuori Cusco. Essendo un fan della musica italiana, durante gli spostamenti ci ha allietati con vecchie canzoni, in versione spagnola, di Laura Pausini ed Eros Ramazzotti, ignaro del fatto che non rientrassero proprio tra le preferenze musicali mie e di Fabio. In nostro onore, poi, intervallava le canzoni tradotte in spagnolo con quelle originali in italiano, contento di vederci canticchiare quei versi che inevitabilmente ti entrano in testa.

La prima tappa tra i siti archeologici è stata quella di Saqsaywaman dove abbiamo acquistato il Boleto Turistico del Cusco (BTC), completo, col quale abbiamo potuto accedere ai vari siti fuori città e che ci permetteva, inoltre, di visitare diversi musei. Ha un prezzo molto conveniente di 130 soles, cioè all’incirca €34, 00.

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Saqsaywaman – Cusco

Il sito di Saqsaywaman sovrastando la città si eleva, strategicamente, su di una collina  e si estende per ben 3000 ettari di superficie; di questa area abbiamo visitato Tambomachay, una piccola costruzione inca a blocchi irregolari con un altare intagliato sulla roccia viva dalla quale sgorga l’acqua di una sorgente naturale. Questo particolare “fenomeno” era stato identificato sacro dagli inca che, per legittimarne la sacralità, decisero di realizzarvi un tempio. Attualmente sono rimasti l’altare, la fontana e delle nicchie. Continuando la nostra passeggiata all’interno del sito archeologico, caratterizzato dalle antiche ed originarie strade inca e circondato da un bosco di alberi andini autoctoni, abbiamo poi raggiunto in auto Pukapukara – fortino rosso – così chiamato per il colore rosso delle pietre con cui erano costruiti gli edifici. Si tratta di un’architettura di tipo militare, visto il punto strategico in cui si trova, e aveva funzione di dogana. Il complesso era costituito, all’ingresso, da una piazza – un’area di accoglienza e di incontro dove si concentravano tutte le attività – dalle abitazioni dove vivevano gli uomini che lavoravano lì e dagli alloggi dove sostavano le autorità locali durante i loro viaggi. Da questa area del sito passava la strada principale degli inca – Qhapaq Ñan – che collegava tutti gli insediamenti del regno e la foresta amazzonica.

Ultima sosta: Q’enqo, parola quechua che significa zigzag, labirinto. Al nostro arrivo ci siamo trovati di fronte ad una mastodontica costruzione in pietra, un muro a forma di zigzag appunto, che si affaccia su un ampio spiazzo. Dal muro si aprono 3 porte centrali, attraverso le quali entravano nobili e sacerdoti, e altre porte secondarie per garantire l’accesso al resto della popolazione. All’interno era stata edificata una piccola città; sono state ritrovate piazze, strade e le fondamenta delle abitazioni dei sacerdoti. Presumibilmente questo era un grande centro cerimoniale dedicato alla Pachamama – Madre Terra – legato a funzioni agricole e rituali astronomici.

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Q’enqo – Cusco

Terminato il giro nell’intorno, ci siamo recati in auto a Cusco, salutando il nostro autista e passeggiando in compagnia della guida per il centro storico. La visita è iniziata dal Mercato di San Pedro, nel quale ci siamo persi tra colori, odori e sapori, per poi proseguire, passando per Plaza de Armas, verso Qorikancha. Il suo nome originale era Intikancha, dove, nella lingua quechua, inti sta per “sole”, poi dal re Pachakuteqe cambiato in Qorikancha, che significa “recinto d’oro”. Infatti, il tempio era originariamente decorato con lastre di argento e oro massiccio. E’ stato un importantissimo sito inca che comprendeva giardini con piante di mais, animali e sculture antropomorfe realizzate in metallo prezioso e stanze dedicate a diverse divinità come il dio Sole, la Luna, le Stelle, la Madre Terra, l’Acqua (la scelta dell’uso dell’oro e dell’argento si riferisce proprio al culto del sole e della luna, simbolicamente rappresentati dai due metalli preziosi). Oggi purtroppo non rimane nulla di tutto ciò; quando gli spagnoli giunsero nella città saccheggiarono il tempio e i domenicani vi costruirono chiesa e convento di San Domenico. Sono tornati alla luce alcune parti dell’originaria architettura inca in seguito ad un terremoto che fece crollare le mura coloniali, anche se della presenza di una costruzione precedente si era già a conoscenza perché dall’esterno sono ben visibili i tipici muri inca. La particolarità dell’antico tempio è l’ancora esistente muro curvo rivolto proprio ad ovest, dove tramonta il sole. L’architettura inca era caratterizzata da tre elementi distintivi: la solidità, la simmetria e la semplicità; la forma curva di questo edificio ci fa capire, dunque, che si tratta evidentemente di un complesso con una particolare importanza e dal valore simbolico. L’edificio inca risalirebbe, infatti, al periodo d’oro, intorno alla seconda metà del XV secolo, periodo in cui era diffuso il culto al sole; con il sisma del 1600 ad esso fu sovrapposto il culto della divinità del terremoto, rappresentata da un Cristo all’interno della Cattedrale, evidenziando ancora una volta la tendenza ad includere nella religione cattolica, portata dagli spagnoli, le originarie credenze andine.

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Mercado di San Pedro
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Plaza de Armas – Cusco

Dopo la meritata pausa pranzo, ci siamo inoltrati ulteriormente nella città di Cusco visitando dapprima il Museo Historico Regionale, detto anche Casa Garcilaso de la Vega (uno scrittore di cronache su storia e cultura inca). Il museo, ospitato nella splendida cornice di un edificio coloniale,  raccoglie opere d’arte locale e antichi reperti archeologici e racconta lo sviluppo di Cusco dall’epoca preistorica fino al regno del Viceré. Dopo abbiamo proseguito raggiungendo il pittoresco quartiere coloniale di San Blas, risalendo la ripida Calle Triunfo a nord-est della piazza principale. Questo è il noto barrio dedito all’artigianato, nel quale si susseguono vetrine e negozietti che espongono oggetti, gioielli, borse e vestiti coloratissimi e finemente lavorati. Ci siamo ritrovati sulla parte più alta del quartiere al calar del sole e davanti a noi si è presentata una vista davvero suggestiva della città. Con mappa in mano, ci siamo addentrati ulteriormente nelle strette stradine di Cusco, per raggiungere l’albergo e concludere così la nostra lunga giornata alla scoperta del mondo inca, ripromettendoci di dedicare ancora del tempo alla visita di Cusco una volta rientrati dal tour della Valle Sacra.

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Museo Historico Regionale – Cusco
Architettura coloniale-Inca-colonia spagnola-Cusco-Perù-Sud America-viaggio
Quartiere di San Blas- Cusco

To be continued…

Questo articolo è stato scritto da Marilina

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