Una luna di miele in Sud America – il Perù: dalla Valle Sacra a Lima

il

GIORNO 14

Lasciata momentaneamente Cusco e fatto un carico di energie con l’abbondante colazione, eravamo pronti ad esplorare la magnifica Valle Sacra, accompagnati dagli immancabili Carlos e Luis. Abbiamo inizialmente raggiunto Chinchero, un villaggio inca che tuttora conserva la sua originaria conformazione.

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Mercato nella piazza di Chinchero – Valle Sacra

Chiesa e torre, di epoca coloniale, sono state costruite sulle fondazioni di un antico tempio inca. Internamente la chiesa conserva spettacolari dipinti murari del 1600 di pittori locali in cui si nota la fusione delle due culture (un esempio è la raffigurazione della madonna in tenera età avvolta in una coperta molto colorata, come da usanza locale). Esternamente, si intravede in maniera molto evidente l’area archeologica sottostante la chiesa con mura inca e la zona, un tempo agricola, posta sul retro.

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Resti inca e Chiesa di Chinchero

Durante la nostra passeggiata ci siamo imbattuti in un’anziana signora intenta a lavorare le patate essiccate. In questa regione, infatti, una delle attività principali è quella agricola e in particolare quest’area è ottima, per il suo clima freddo e secco, per la disidratazione delle patate.

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Una donna di Chinchero mentre lavora le patate essiccate

Il villaggio, inoltre, conserva un antico centro tessile ancora attivo dove un discreto numero di donne si occupa di tutte le fasi, dalla tosatura fino alla realizzazione finale dei manufatti. Abbiamo assistito, con tanto di spiegazione in uno spagnolo facilmente comprensibile anche a noi, ad una dimostrazione delle diverse fasi, da parte di una giovane donna che lavora nel centro.

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La fase della colorazione dei filati – Centro tessile di Chinchero

Sicuramente le parti più interessanti sono state scoprire i metodi di colorazione naturale dei filati e quella finale di tessitura. In particolare siamo rimasti stupiti dall’utilizzo della cocciniglia per ottenere il colorante rosso: si tratta di un parassita che si trova sulla pianta del fico d’india e che se schiacciato dona un colore rosso molto intenso, usato non solo per colorare i filati ma anche come rossetto per le labbra. Immancabile, come in ogni sito che andavamo a visitare, il mercatino in cui sono venduti i prodotti realizzati all’interno del centro (anche se, dopo la lezione ad Arequipa, abbiamo dubitato sull’autenticità di alcuni di quelli esposti).

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La fase della tessitura – Centro Tessile di Chinchero

La visita è proseguita a Moray, importantissimo centro sperimentale agricolo dell’epoca inca: sfruttando una naturale depressione del terreno e realizzando diversi terrazzamenti, gli inca iniziarono a sperimentare la coltivazione di diverse specie di piante e tuberi per capire le migliori condizioni sia climatiche sia del terreno. Lasciata Moray, abbiamo raggiunto le famose e spettacolari saline di Maras, situate nella valle dell’Urubamba, parte alta della Valle Sacra. Prima di addentrarci abbiamo potuto godere di una vista panoramica delle saline dalla parte alta, davvero suggestive con il loro colore bianco brillante. Le saline contano 2500 vasche dove sono impiegate 1000 persone in cooperative a conduzione famigliare. Lavorano per otto mesi l’anno – da marzo a novembre, cioè durante la stagione secca – con 3 fasi di raccolta quando le condizioni atmosferiche sono particolarmente favorevoli. Mentre in origine Maras era una città ricchissima grazie alla produzione del sale, ora sopravvive esclusivamente per una questione puramente turistica; la produzione del sale, infatti, non è più equiparabile a quella dei secoli precedenti. Finita la visita, ci siamo fermati nei negozietti situati all’entrata delle saline per acquistare qualche snack e una bustina di sale aromatizzato alle erbe locali.

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Area archeologica di Moray
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Saline di Maras

Dopo la pausa pranzo a Urubamba, nel pomeriggio abbiamo raggiunto Ollantaytambo. Lasciato Carlos, insieme a Luis ci siamo mossi a piedi per entrare nel cuore del sito archeologico, centro amministrativo, militare, sociale, economico e religioso dell’impero inca, e davanti a noi si è presentato un qualcosa di spettacolare: una ripida serie di scalinate che si inerpica sui terrazzamenti di epoca inca e che porta al cuore del tempio situato in sommità.

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Ollantaytambo

Orientato a sud – in direzione della croce del sud – si tratta del tempio del sole, mai terminato, costituito da un muro di 6 parallelepipedi, di grosse dimensioni, di granito rosso perfettamente scolpiti e intagliati. La presenza della croce quadrata, simbolo della cultura andina ereditato poi dagli inca, indica che la costruzione era anche dedicata alla Pachamama (la croce andina simboleggia la Terra e il cosmo e può essere rappresentata con 3, 5 o 7 livelli ascendenti e discendenti). Una volta giunti sulla sommità e voltate le spalle si gode di un’ulteriore vista mozzafiato: è possibile ammirare il monte Pinkuylluna con le sue rocce scolpite che ricordano la forma di un volto e con i magazzini, che si inerpicano sulle sue sommità, dove vengono depositati i prodotti agricoli.

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Ollantaytambo – visuale dalla scalinata

Terminata questa nostra ultima tappa, accompagnati da Carlos, abbiamo raggiunto la stazione dei treni in attesa di salire sul caratteristico trenino Inca Rail diretto ad Aguas Calientes, nostra base per la visita a Machu Picchu. Il viaggio di circa due ore è stato particolarmente difficile per Fabio che si è ritrovato febbricitante proprio a ridosso della grande escursione tra le rovine della città perduta, nonché del suo compleanno. Ci siamo consolati con una tazza di caldo mate de coca, eucalipto e muña e una volta giunti nella cittadina, Fabio si è fiondato a letto nel tentativo di riprendere le forze, mentre io sono andata a comprare i biglietti del bus che il giorno seguente ci avrebbe portato a Machu Pichu.

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A bordo di Inca Rail diretti ad Aguas Calientes

GIORNO 15

Trascorsa la notte, Fabio si è svegliato ancora provato dalla febbre, ma tutto sommato abbastanza in forze per affrontare la lunga mattinata. Alle 5 del mattino eccoci in fila, in compagnia di Luis, aspettando di salire su una delle tantissime navette messe a disposizione dei turisti. Dopo più di un’ora di attesa, il nostro viaggio verso Machu Picchu poteva dirsi iniziato.

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Ammirando la città perduta degli Inca – Machu Picchu

Le condizioni atmosferiche non erano delle migliori, ma è stato meglio così; la presenza delle nuvole ci ha permesso di passeggiare più agevolmente e di scattare fotografie senza il disturbo di una luce eccessiva, data l’altitudine. La città perduta degli Inca si trova infatti tra 2200 e 2500 m sldm e, trovandosi a ridosso della foresta amazzonica alta, presenta un clima umido e caldo con una temperatura media tutto l’anno di 18°C. Lo storico Santuario di Machu Picchu è stato dichiarato Patrimonio Culturale e Naturale dell’Umanità dall’Unesco nel 1983 e nel 2007 è stato inserito nella lista delle 7 Meraviglie del Mondo moderno. Non essendo arrivato a noi il suo nome originario inca, gli esploratori decisero di chiamare la città “montagna vecchia”, nome quechua del monte che si affaccia sul complesso archeologico. Dalla parte opposta si erge invece Wayna Picchu, la “montagna giovane” che conserva qualche resto inca. Fu scoperta il 24 luglio del 1911 dal professore universitario americano Hiram Bingham; fu un ritrovamento del tutto fortuito e casuale in quanto l’esploratore era alla ricerca di Vilcabamba, ultimo rifugio inca. La città, presumibilmente abbandonata venti anni prima dell’arrivo degli spagnoli, rimase nell’oblio completo e fu ritrovata agli inizi del secolo scorso completamente inghiottita dalla vegetazione. Gli scavi iniziarono nel 1912 e proseguirono per 4 anni: una raccolta di 15 mila foto testimonia l’intero percorso di ricerca e la fantastica scoperta a mano a mano che la città veniva riportata alla luce. Secondo gli studi, gli inca intendevano realizzare inizialmente un tempio in quanto il sito si trova in un’area dal particolare significato simbolico: la montagna giovane è orientata perfettamente a nord mentre la montagna vecchia, Machu Picchu appunto, si trova a sud, ossia al suo opposto complementare. La croce del sud, punto di riferimento per l’emisfero del sud, corrisponde alla nostra stella polare che determina il nord dell’emisfero settentrionale; il sito quindi era situato in una posizione che garantiva un’ottima osservazione astronomica. La città perduta degli inca era suddivisa in due settori: il settore urbano e il settore agricolo. Il primo era ulteriormente diviso in due aree, una occidentale ed una orientale, con una piazza grande e una più piccola di carattere religioso. La parte occidentale era la più importante dove trovavano posto il Tempio del Sole, il Tempio delle 3 finestre e la meridiana ed è stata la zona in cui ci siamo soffermati maggiormente durante la nostra visita.

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Rappresentazione della Croce Andina – Area sacra di Machu Picchu

Il settore agricolo conserva ancora i terrazzamenti che erano stati realizzati per le coltivazioni e che sono soggetti attualmente di continue manutenzioni ordinarie. Analizzando le tipologie di costruzioni è risultato evidente che la città sia stata edificata nel periodo d’oro del regno inca, da Pachakuteqe fino alla divisione dell’impero. Le funzioni della città potevano essere molteplici: si trattava indubbiamente di un nucleo religioso ma anche di un dinamico centro amministrativo e di carattere agricolo grazie alla sua posizione strategica (era la capitale dell’area tropicale della regione di Cusco). In questa zona sono presenti diverse risorse naturali importanti come la pianta di coca, il peperoncino, le piante medicinali e giacimenti di metalli preziosi. Era, inoltre, un’importante snodo per il traffico e fungeva da punto di controllo degli accessi nella regione, trovandosi tra le Ande e l’Amazzonia. Era un centro di osservazione astronomica ed un importante centro di sperimentazione e studio delle diversità biologiche, un vero e proprio laboratorio agricolo.

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Il Tempio delle tre finestre – Machu Picchu

Dalle 7.40 del mattino e per le successive tre ore abbiamo attraversato in lungo ed in largo la città perduta, ammirando la spettacolarità dei suoi resti e le viste mozzafiato da ogni suo angolo e ascoltando incantati la più che esaustiva narrazione di Luis che è riuscito a farci addentrare nel mondo inca. Nonostante la presenza massiccia di altri visitatori, la visita è stata molto agevole; essendo il sito distribuito su una superficie considerevole, la massa di persone che era presente si distribuiva in maniera tale da permetterci di camminare ed osservare bene qualsiasi cosa. Spiegare a parole non è certo facile, Machu Picchu va vissuto, respirato e toccato con mano. Ciò che ci sentiamo di consigliarvi è senz’altro che la visita del sito risulta più completa ed esaustiva se accompagnata da una guida. Noi siamo stati davvero fortunati ad avere Luis: in maniera molto semplice ha scandagliato ogni singolo aspetto della storia della città e della cultura inca, rispondendo a tutte le nostre domande, dimostrandosi molto disponibile e paziente. Questo vale in realtà per tutto il nostro viaggio, siamo consapevoli che se fossimo stati soli avremmo colto e appreso soltanto una piccolissima parte di tutto ciò che abbiamo visto e osservato. Laddove la guida non parlava italiano – sono stati davvero rari i casi – le comunicazioni avvenivano in spagnolo o in inglese ed è stato comunque semplice interloquire.

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Resti di edifici inca – Machu Picchu

Terminata la lunga passeggiata tra le rovine di Machu Picchu, ci siamo diretti verso l’ingresso del sito per risalire sulla navetta e scendere ad Aguas Calientes. Dopo pranzo, eravamo nuovamente con gli zaini in spalla alla volta della stazione; ci aspettava il treno diretto a Poroy dove Carlos ci avrebbe raggiunto per portarci in auto nuovamente a Cusco. Una volta giunti a destinazione, essendo molto stanchi, ci siamo fiondati direttamente a letto: entrambi avevamo necessità di riposare per poter affrontare gli ultimi giorni di viaggio. Fortunatamente, anche grazie al supporto delle medicine, il giorno successivo Fabio era di nuovo super carico e pimpante, pronto a riprendere il tour.

GIORNO 16

Avendo la mattinata libera, ne abbiamo approfittato per visitare la Cattedrale di Cusco, per il cui ingresso abbiamo dovuto pagare un biglietto a parte (il BTC non comprende la visita in cattedrale). Realizzata nel XVI secolo, richiese quasi cento anni per essere completata e fu costruita con blocchi di edifici inca smantellati.

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Cattedrale di Cusco – Plaza de Armas

Affacciandosi sulla Plaza de Armas, si può godere di tutta la sua maestosità da ogni angolo. Arretrata rispetto alla sua facciata, sulla sua sinistra sorge la Iglesia de Jesus y Maria mentre alla sua destra la Iglesia del Triunfo; essendo comunicanti, una volta entrati è possibile visitare tutto il complesso. Dopo le 10 del mattino – prima ci sono le funzioni religiose e non è permesso ai turisti entrare – si accede dalla Iglesia de Jesus y Maria e se si desidera è possibile essere accompagnati da una delle molte guide a disposizione, in cambio di una mancia. Noi abbiamo optato per una visita libera, ma ce ne siamo pentiti amaramente. La guida cartacea non era per nulla esaustiva e i pochi accenni di Luis dei giorni precedenti non sufficienti. Attraversate le navate, siamo andati subito alla ricerca della famosa pietra conservata a ridosso dell’ingresso principale della Cattedrale. Luis ci aveva parlato di questo “oggetto sacro” che di cattolico aveva ben poco: si tratta di una pietra ovale, conservata all’interno di una teca, che rappresenta Wiracocha, il dio creatore del tutto, appartenente alle credenze religiose tipicamente andine. Ci ha stupito la presenza sulla superficie della pietra di alcune foglie di coca e di chicchi di legumi, di cui non abbiamo compreso il motivo. Continuando la visita, a ridosso del passaggio tra la cattedrale e la Iglesia del Triunfo abbiamo potuto ammirare, appeso in una nicchia e riccamente ornato, El Señor de los Temblores (il Signore dei Terremoti) di cui ci aveva parlato Luis a proposito della mescolanza delle credenze religiose cattoliche con quelle indigene. E’ santo patrono della città e si festeggiava, con una processione, ogni 31 marzo, in ricordo del sisma che colpì la città nel 1650 e che divenne motivo di diffusione del suo culto. Dal 1741 la data fu cambiata e da allora viene portato per le vie della città il lunedì che apre la settimana santa. Questa festività è stata dichiarata Patrimonio culturale nazionale in quanto elemento identitario del popolo peruviano.

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Passeggiando per Cusco

Una volta usciti dalla chiesa, ci siamo diretti verso il Mercato di San Pedro per acquistare qualche ricordo del nostro viaggio, sia per noi sia per le nostre famiglie ed i nostri amici. Ci siamo fatti una scorta di bustine di mate de coca e mate de muña, assicurandoci prima dell’acquisto di poterle portare in Italia (il dubbio ci è sorto sapendo che le foglie non sono ammesse nel nostro paese). Tra gli acquisti non poteva certo mancare la tazza tipica con la sua caratteristica cannuccia “bombilla” con la quale la gente del luogo beve gli infusi. Terminato anche questo ultimo giro per la città, ci siamo recati a mangiare il cuy (porcellino d’india) al ristorante “Dan Tomas”, come ci aveva consigliato la guida, brindando con un ottimo pisco sour agli ultimi giorni del nostro avventuroso viaggio.

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La bombilla usata per bere gli infusi

Nel pomeriggio abbiamo lasciato l’albergo diretti in aeroporto, pronti a volare alla volta di Lima, ultima tappa prima del rientro in Italia. In aeroporto ci siamo accorti di essere sullo stesso volo di una coppia di italiani, in viaggio con il loro figlio adolescente, che avevamo già conosciuto  durante il nostro tour. Tra una chiacchiera e l’altra abbiamo deciso di vederci a Lima per cenare insieme e salutarci. Abbiamo raggiunto un ristorante molto chic dove abbiamo mangiato ottimi piatti di pesce e ci siamo raccontati sensazioni ed emozioni di questo spettacolare viaggio alla scoperta del sud del Perù.

GIORNO 17

Durante l’ultimo giorno a Lima, il Perù ha voluto salutarci con una simpatica pioggerellina che ci ha accompagnati per l’intero tour della città. Questo fenomeno ha un nome particolare, si chiama garua, e si tratta di una nebbia uggiosa che diventa pioggerella quando l’umidità raggiunge percentuali elevatissime. La garua non è affatto positiva per la città: non basta a far abbassare l’inquinamento provocato dal forte traffico che caratterizza la città (a Lima vivono 10 milioni di persone e il caos è veramente indescrivibile) e per di più compromette gli edifici, costruiti nella maggior parte dei casi in paglia e fango (un tipico mattone chiamato adobe). Originariamente questo fenomeno non si verificava, le condizioni climatiche erano ben diverse e il clima secco permetteva di costruire gli edifici in adobe. Prima di raggiungere il centro storico, ci siamo fermati a Huaca pucllana, un centro cerimoniale situato nel distretto di Miraflores (con altissimi grattacieli, attualmente è il quartiere ricco della città, dove generalmente alloggiano tutti i turisti che si recano a visitare Lima). La costruzione è di forma piramidale sia per motivi religiosi sia di sicurezza (essendo una città a rischio terremoti era necessario predisporre costruzioni antisismiche) e al suo interno ospitava una città con terrazzamenti.

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Huaca pucllana – Lima

Lasciato il centro cerimoniale, ci siamo recati in auto nel centro storico, inoltrandoci poi a piedi e passeggiando per le vie e le piazze della città. Molto caratteristici sono i balconi e le verande in legno, che identificano le abitazioni degli spagnoli dell’epoca coloniale. Gli edifici sono realizzati con un particolare sistema costruttivo chiamato quincha, costituito da legno e canne, che permette di realizzare edifici fino a due piani di altezza.

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Tipica balconata in legno nel centro di Lima

Questa tecnica è stata usata anche per la Chiesa della Mercede, la cui facciata invece è in pietra. Entrando ci siamo stupiti della presenza di molti cartelli con su scritto “vietato accendere candele”: la guida ci ha fatto notare, infatti, che essendo realizzata in fango e legno (così come tutte le altre chiese della città) ed essendosi verificati diversi incendi in passato, per motivi di sicurezza ora non è più consentito accendere candele sugli altari. Visitando gli edifici religiosi della città di Lima, inoltre, ci siamo resi subito conto di come, nonostante si tratti di chiese costruite dagli spagnoli, il tipico carattere sudamericano sia predominante: dal pavimento salendo fino alle pareti si estende un mosaico di piastrelle dai colori caldi e dai motivi floreali che a me ricordavano le pavimentazioni anni ‘60 della casa dei miei nonni; si ergono numerosi e maestosi altari (spesso raggiungono l’altezza del soffitto) con una o più statue e fastosamente ornati; i soffitti sono riccamente decorati con contrasti cromatici molto evidenti. Spesso anche le facciate esterne degli edifici religiosi spiccano per i colori accesi, come l’azzurro e il giallo.

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Chiesa della Mercede – Lima
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Una chiesa in centro a Lima

Della Cattedrale originaria, costruita da Pizarro, non è rimasto nulla; quella attuale risale al 1752 e ad essa è annesso l’arcivescovado. Si trova nella centrale Plaza Mayor, sulla quale si affaccia anche il Palazzo del Governo. Ogni giorno alle 11.45 si può assistere al caratteristico cambio di guardia e fortunatamente noi non ce lo siamo fatti sfuggire! Il nostro tour è terminato con la visita al “goloso” Choco Museo, nel quale ci siamo persi tra odori e sapori, comprando qualche tavoletta di cioccolato e scoprendo una gustosissima bevanda fatta con l’infusione delle bucce del frutto.

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Plaza Major – Lima
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Choco Museo – Lima

Lasciata la nostra guida, dopo aver recuperato due fantastiche magliette targate “Perù responsabile”, abbiamo deciso di salutare il Perù mangiando un ultimo piatto di cheviche. La tristezza cominciava a sopraggiungere; le parole e le foto non sono in grado di spiegare appieno tutto ciò che abbiamo visto e provato attraversando quei luoghi, incontrando la sua gente e assaporando di persona l’atmosfera sudamericana. Ci siamo congedati già da subito, da questo fantastico e folkloristico paese, con un velo di malinconia. Nonostante sia stato un viaggio abbastanza lungo e molto intenso e la voglia di tornare a casa dopo 17 giorni cominciava a farsi sentire, abbiamo immediatamente pensato: dobbiamo ritornare prima o poi! Abbiamo portato con noi un mucchio di ricordi ed emozioni, soprattutto l’immenso piacere di aver incontrato tante persone. Ognuna di queste è riuscita a trasmetterci il grande amore per la sua terra e per il suo patrimonio culturale, un amore che, a mio avviso, dovremmo imparare ad avere e a trasmettere anche noi italiani. Alla fine del racconto di questo avventuroso ed emozionante viaggio, non mi resta quindi che salutare dicendo: Hasta luego, Chile! Hasta luego Perù!

Questo articolo è stato scritto da Marilina

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